I viaggi annullati di Giorgia, non va a Parigi e a Berlino per evitare Macr…
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ROMA. È come se fosse prigioniera del suo doppio ruolo. E del cortocircuito che si è scatenato. Meloni la presidente del Consiglio, che siede tra i leader d’Europa. E Giorgia la leader di un partito sovranista, che ha l’ambizione di trasformarsi in una forza conservatrice, ma viene quotidianamente tirato in mezzo alla contesa dell’ultradestra.
Meloni la premier, presidente in carica del G7 avrebbe dovuto completare il tour di presentazione tra gli altri sette “grandi”, del summit che si terrà in Puglia a giugno, recandosi di persona a portare l’invito anche in Francia e in Germania, come aveva già fatto in Giappone, Stati Uniti e Canada tra febbraio e marzo. Ma Giorgia la leader di Fratelli d’Italia, nonostante la breve distanza, ha preferito non andare né a Parigi né a Berlino, per un puro calcolo politico. Non lasciarsi fotografare accanto al presidente francese Emmanuel Macron e al cancelliere tedesco Olaf Scholz durante la campagna elettorale. Farlo avrebbe significato offrire il fianco alle critiche e alle ironie del capo della Lega Matteo Salvini e di Marine Le Pen, fondatrice del del Rassemblement National, pronti entrambi a stanare Meloni sulla tentazione di alleanze trasversali – e quasi obbligate a Bruxelles – con liberali e socialisti.
Secondo quanto risulta da diverse fonti accreditate, anche a Palazzo Chigi, erano stati i diplomatici a sollecitare le due tappe. La premier avrebbe prima preso tempo, poi – confermano – ha definitivamente chiuso a ogni possibilità. La logica elettorale, è stata la sua riflessione, molto giocata sulle immagini e sulla percezione mediatica, non avrebbe premiato la scelta, nonostante si tratti di un impegno internazionale e istituzionale che in teoria dovrebbe rimanere protetto dalla propaganda politica.
Tutto invece è sospeso fino al voto dell’8-9 giugno. Mancava anche il Regno Unito, in realtà, per completare le visite ai sette. Ma come ha già raccontato questo giornale, il viaggio – già predisposto – a Londra era stato annullato a fine aprile. Il vero dubbio di Meloni è stato se andare o meno nei due Paesi europei nel pieno della corsa al voto. Uno guidato da un liberale, la Francia, l’altro da un socialdemocratico, la Germania. Entrambi, sia Macron sia Scholz, anche se in modo diverso, bersagli delle destre sovraniste.
Meloni non ha un rapporto uguale con i due leader. Al di là di quello che si pensa, tutti i collaboratori confermano che l’intesa con Macron è migliore, anche di come viene rappresentata politicamente e pubblicamente. E fa leva su una maggiore capacità empatica di entrambi, e sui tanti interessi convergenti dei due governi (a partire dai dossier economici in Ue). Più difficile, più freddo invece il rapporto con Scholz. Dove alla distanza politica con i socialisti, si aggiunge la distanza storica, radicale, tra l’Italia e i cancellieri tedeschi sulle politiche di bilancio.
Questi mesi hanno insegnato a Meloni, quello che in fondo le raccomandò Mario Draghi prima di passarle la campanella di Palazzo Chigi. «È necessario avere un buon rapporto con i francesi». E dunque con Macron. È un’affermazione che la premier ha fatto sua, anche se costa pronunciarla a chi della sfida alla Francia pensava di fare il perno della propria politica estera. Non che non ci siano motivi per tenere in vita il tradizionale ed eterno duello: le mire economiche e industriali di Parigi, la Tunisia e la Libia, il Sahel, l’indebolimento francese in Africa, i buoni rapporti (e dunque gli affari che fioriscono) con la Cina. Sembrano passati secoli da quando, nei primi mesi del governo Meloni, Parigi e Roma litigavano quotidianamente sui migranti, a un passo dalla rottura ogni volta. C’è da dire che Macron ha rivisto le sue ricette, anche in chiave anti-Le Pen, e si è spostato più a destra. Mentre in Italia la diplomazia suggeriva a Meloni di evitare lo scontro diretto con il presidente francese.
Nel corso di queste settimane, Meloni ha modulato i suoi attacchi. Se la prende con i socialisti – anche se preferisce sempre usare il termine «sinistra» – ma mai, o quasi, con i liberali, che hanno nel capo dell’Eliseo il punto di riferimento. Anche perché sarebbe più facile poi giustificare un’alleanza con partiti centristi – sui futuri vertici delle istituzioni europee – che con i socialisti o i verdi. Resta il problema Le Pen, e di conseguenza Salvini. Meloni sta sempre molto attenta – lo ha dimostrato anche durante il videocollegamento alla convention dei Vox, l’ultradestra spagnola – a non legarsi (ancora) troppo alla leader del Rassemblement National, a non cedere ai suoi richiami e a farsi trascinare negli attacchi contro Macron, scagliati dalla sua principale avversaria in patria, e da Salvini che in Italia lo ha eletto nemico europeo numero uno.

