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Viaggiare in un mondo che cambia

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marco29 2 anni fa inViaggi e Turismo 0

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Ogni crisi geopolitica è una buona occasione per viaggiare. Perché si fanno esperienze irripetibili, si osservano eventi indimenticabili e le difficoltà che si incontrano entrano a far parte di un bagaglio esclusivo di emozioni. Quando attraversai per la prima volta la Cortina di Ferro avevo 14 anni, viaggiavo con i miei genitori, e al confine fra Austria e Cecoslovacchia restammo fermi per un tempo che mi sembrò interminabile. Vidi dal finestrino, praticamente davanti a me, soldati cecoslovacchi con un gigantesco forcone che infilzavano dei carretti colmi di paglia per assicurarsi che dentro non ci fosse null’altro. I volti di quei militari, con l’espressione dura, erano intenzionati a trasmettere determinazione estrema ma svelavano anche di essere in evidente difficoltà nel maneggiare forconi così grandi. Dando vita all’immagine di una Cortina di Ferro che l’Urss aveva voluto per imprigionare l’Europa dell’Est e impedire che nulla di “proibito” potesse entrarvi. Neppure all’interno di banalissime ma inesplorabili balle di fieno. 

Anni più tardi a Zakho, in Iraq, attraversando il confine fra il Nord del Paese e la Turchia, mi accorsi che il Kurdistan, liberatosi di Saddam Hussein dopo la Guerra del Golfo, era un Paese dove io andavo per lavoro ma molti altri – soprattutto giovani – si recavano per scoprire una cultura antica, una lingua sconosciuta e un folklore che viene dalla notte della Storia, nel quale la grinta delle donne ha un valore unico. Per non parlare della Cuba sotto Fidel Castro, dove andai in vacanza con un mio amico d’infanzia, poiché gli hotel per stranieri erano troppo cari andammo ospiti di famiglie locali che ci accolsero con affetto, perché volevano a tutti i costi conoscere di più, meglio, che cosa era l’Europa, l’Occidente, la democrazia. L’Habana Vieja diventò rapidamente casa nostra. Era iniziato come un viaggio turistico ma si trasformò in un’avventura appassionante. Come avvenne nel deserto del Rajasthan, ai confini con il Pakistan, in una delle aree militari più pericolose del pianeta, quando, nel mezzo del nulla, con un caldo irrespirabile, fermai l’auto su cui viaggiavo per chiedere a un uomo anziano, vestito solo con uno straccio bianco, dei sandali e con un bastone in mano, che camminava da solo in mezzo al niente, se volesse dell’acqua o un passaggio. Lui si fermò, mi guardò negli occhi, sorrise e rispondendo in perfetto inglese mi disse: “Posso aiutarla in qualcosa?”. Era lui che voleva aiutare me. E lo fece con un garbo e una gentilezza che mi hanno insegnato l’infinita umiltà della cultura indiana. Per non parlare di Eilat, la città israeliana sul Mar Rosso, che guarda e confina con la gemella Aqaba. È uno degli angoli di Medio Oriente dove si è combattuto di più, è da qui che Lawrence d’Arabia iniziò la sfida all’Impero Ottomano. A Eilat, incrontrai per caso il medico di un ospedale locale: mi invitò a casa sua, mi portò sul tetto e mi mostrò il telescopio con il quale ogni singolo giorno guardava un giordano che, proprio davanti a lui, a poche centinaia di metri, faceva esattamente la stessa cosa. Allora Israele e Giordania erano ancora in guerra, ma compresi che avrebbero fatto la pace che Rabin e Re Hussein poi, in effetti, firmarono nel 1994. 
Ogni crisi offre l’opportunità per sommare viaggi e conoscenza in maniere e forme imprevedibili. Un’occasione da non perdere. Ma sempre prendendo le dovute precauzioni. Prima fra tutte: avere paura senza mai rinunciare alla curiosità. È il segreto più importante.  




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