Viaggi ‘psichedelici’ tra i personaggi modenesi
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Non poteva mancare Francesco Guccini, preso simpaticamente in giro per la sua ‘evve’, nel libro ‘Piccola città, bastardo posto’, edizioni Cn, travolgente romanzo dello scrittore e giornalista modenese Roberto Barbolini ripubblicato, in una versione completamente rinnovata e riscritta, un quarto di secolo dopo la prima uscita. Il giovane “magro come una saracca e lungo come il filo per appenderla” strimpella un suo pezzo nel bar di Cesare Malagoli, in via Carteria, circondato da un gruppetto di giornalisti buontemponi. Non è certo l’unica faccia nota di questo impressionante caleidoscopio modenese, 264 pagine di divertimento, suggestioni e viaggi nel tempo che potremmo definire ‘psichedelici’. C’è Adolfo Venturi, che seguiamo in un’accaldata ma rassicurante – per lui, importante storico dell’arte prestato alla capitale – passeggiata lungo la via Emilia. C’è un giovane giornalista, tale Berselli, “che ha della stoffa e prima o poi diventerà qualcuno”. C’è Pico della Mirandola, con la sua prodigiosa memoria. E ancora il vecchio venditore cieco, che grazie al suo udito chirurgico riconosce dai passi i concittadini e si fa trovare pronto con i biglietti della lotteria, e l’immancabile Sandrone, in compagnia di tanti altri “sandroni dal cervello fumoso”. E soprattutto c’è lui, il vero protagonista di questa storia: Delfo Semprini, ovvero il geniale Antonio Delfini. Tutto comincia con un’amnesia: Delfo, tormentato scrittore, perde la memoria mentre pedina la donna amata. Chiede aiuto alla città, alle sue strade, nel tentativo di riannodare i fili del ricordo agganciandosi ai nomi di quelle vie acciottolate percorse così tante volte. Si aggrappa – metaforicamente – ai colombi, all’antica razza autoctona triganina, nella speranza di tornare a vedere, come dall’alto, i contorni della sua vita. Ma quando i ricordi tornano a galla, Delfo fa i conti con la dura realtà: l’immancabile ‘ricordino’ di un piccione che, lesto, lo colpisce sotto il portico del Collegio, e le prese in giro di una cinica – ma irresistibile – redazione di giornale. I cronisti sono tratteggiati da Barbolini, forte della sua lunga esperienza, in modo davvero convincente: tra gli altri, lo zelante vicedirettore Spadino ossessionato dalla chiusura del quotidiano, il massiccio Bove, specialista in silenzi, indagatore dell’anima ma travolgente se ‘in buona’, il re della nera Sambigliong, così ribattezzato “per il colorito bruno da malese e gli occhietti orientali impassibili” e il carismatico direttore Wiligelmo Zucca.
Gli appassionati del genere troveranno di certo simpatiche somiglianze con alcuni giornalisti che hanno scritto pagine di storia della città. Nel suo girovagare, Delfo incontrerà personaggi misteriosi come Magenta, strega esperta di tarocchi che vive in un’angusta altana affacciata sui tetti del centro, e il Mago Geo, che divide con lei il nido. Al fianco di Delfo il fidato amico Mario Fornaciari (Mario Molinari), “un perduto come lui”, rampollo di una ricca e stimata famiglia. “In questo viaggio nel tempo e nella magia (e nella magia del tempo) – scrive nella postfazione la studiosa Irene Palladini – la narrazione non può che snodarsi in andirivieni tortuosi, a configurare il correlativo esatto delle nostre vite, che ‘guizzano e serpenteggiano’. La polifonica serpentina che struttura la narrazione – continua – rimanda alla sublime arte della vanvera, privilegio dei grandi artisti, che sono poi quelli che inanellano giaculatorie, tra sogni sconcertati, mattane bislacche e Lambrusco sincero”.

