Perché il viaggio di ritorno dalle vacanze sembra più lungo dell’andata?
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La vacanza è finita. Hai trascorso giorni di relax in un piccolo paradiso terrestre e ora devi intraprendere il viaggio di ritorno alla realtà. Durante il viaggio d’andata, eri pieno di eccitazione e distrazioni, e nonostante la lunghezza del tragitto sembrava passare in un batter d’occhio. Ma tornare a casa è un’altra storia. Lo stesso viaggio di cinque ore sembra non finire mai, i film in aereo non suscitano più interesse, il tuo umore è altalenante e la stanchezza si fa sentire sempre di più, tant’è che con il passare dei minuti inizierai a chiederti: come abbiamo fatto prima?
Ma perché l’andata sembra così diversa dal ritorno, anche se si tratta del medesimo viaggio? Quando si dice “è il viaggio, non la destinazione”, ci si riferisce solo al viaggio verso la destinazione che romanticizziamo, ma non necessariamente il ritorno. E pare che sia l’ottimismo di ciascuno di noi a influenzare la percezione dell’orario di arrivo.
Secondo Yonason Goldson, eticista che ha circumnavigato l’intero globo, quando ci spostiamo verso un luogo nuovo, il nostro stato d’animo migliora, il che rende il viaggio più piacevole. “C’è l’aspettativa che qualcosa di più emozionante, qualcosa di più interessante, qualcosa di nuovo, qualcosa di divertente ci stia aspettando. Questo rende il viaggio parte dell’esperienza”. Al contrario, “il viaggio di ritorno sembra essere privo di climax”.
Sentire il viaggio di ritorno più lungo rispetto all’andata è il primo sintomo della tristezza post-vacanza. I tedeschi hanno addirittura una parola per definire questo sentimento: Post-Urlaubsdepression. Come si suol dire: il tempo vola quando ci si diverte, ma forse striscia quando si è tristi.
E per lo stesso principio potresti percepire diversamente il tragitto quotidiano per andare al lavoro, che al contrario potrebbe risultare più lungo al mattino rispetto alla sera. Secondo la neuropsicologa Sanam Hafeez “andando al lavoro, inizi la giornata fresco con molto da fare. Ma quando sei esausto alla fine della giornata, il sentimento è più quello di voglio solo arrivare a casa il prima possibile”. E se ricordi, era lo stesso quando si andava a scuola e “guardavamo sempre quell’orologio e aspettando l’orario della campanella e quegli ultimi minuti sembravano durare per sempre”.
“L’effetto viaggio di ritorno spesso viene causato della nostra tendenza a predire erroneamente quanto tempo ci vorrà – aggiunge Hafeez –. Possiamo pensare che il viaggio di andata andrà più veloce di quanto effettivamente vada, e finire per avere una violazione delle aspettative come risultato. In realtà il ritorno dovremmo percepirlo più breve dell’andata perché già lo abbiamo sperimentato e quindi in qualche modo già lo conosciamo e quindi per il nostro cervello dovrebbe risultare meno impegnativo”.
Ma come possiamo uscire da questa distorsione temporale? Concentrarsi sull’anticipazione di arrivare piuttosto sul momento che si sta vivendo potrebbe farci vivere peggio il viaggio di ritorno. Un modo per evitarlo è quello di distrarre il cervello con attività non troppo impegnative, magari ascoltando musica, un audiolibro, o anche solo chiacchierando. Tuttavia, comprendere questi meccanismi può aiutarci a gestire meglio il disagio del viaggio, adottando strategie per mantenere la mente occupata e concentrarsi sui momenti positivi vissuti o che ci aspettano a casa.

