Il viaggio di Giadzy, la foodblogger in cerca dei cibi più iconici d’Italia
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Le pastiglie Leone, o come dice lei, che pur l’italiano lo conosce, ma dopo così tanti anni in America si lascia trarre in inganno dalla traduzione, «Lione». E i cioccolatini targati Gobino. I vini Damilano. E il tram del 1911 che sferraglia in giro per la città.
La «wonferful Torino» non perdona. E in qualche modo ti resta dentro comunque. Anche se sei un’influencer da 3 milioni e rotti di follower. Anche se quando apparivi in tv negli States nel programma di food cooking eri conosciuta almeno quanto Mr Obama. E lo sei rimasta.
Ora, qualcuno di casa nostra ha chiamato Giada De Laurentis «la Ferragni degli States», ma forse non è una definizione giustissima, per gli ambiti diversi in cui si muove «Giazzy» e per i messaggi che manda.
Averla in giro per Torino a caccia di prodotti che sono nati qui, e da vendere oltre oceano, è una bella soddisfazione. E un evento. Che dura tre giorni. Una corsa. Attraverso la città. A caccia di eccellenze gastronomiche da proporre e vendere in un paese che, come dice all’ora di pranzo, «Sta imparando ad apprezzare il cibo».

E poi un giro al Museo del Cinema, che si trasforma in qualcosa di ben più corposo di una visita. Quasi un’immersione nella storia di famiglia. Del resto già dice tutto il suo cognome: De Laurentis. Dino era suo nonno. E Silvana Mangano, la nonna. Già basterebbe questo per raccontare tutto. Poi, però, il web regala frammenti – anzi, no – regala ore di video e stories di «Giadzy» la food blogger che vuole emozionare New York con le storie del cibo. E così, all’ora di pranzo, attovagliati da Defilippis, spiega che: «Biosgna creare una cultura del cibo» negli States.

«Emozionare» è la parola d’ordine. «Io sono una story teller. Io racconto e spiego la storia dei cibi che metto in vendita attraverso la nostra piattaforma di e-commerce». Come quella del gianduiotto. Com’è, cambiato e cosa rappresenta oggi. E così uno s’immagina che un giorno, da qualche parte nei Maine, piuttosto che in California, qualcuno collegherà Torino con il cioccolato. Con buona pace della Mole, e di tutte quelle icone di cui si va fieri. «Turin capital», Torino capitale. Evviva.

«Far conoscere i cibi attraverso la storia che io racconto vuol dire creare un collegamento emotivo, qualcosa che va ben oltre il prodotto. Poterlo gustarlo significa impossessarsi un po’ di quel che è stato, della storia di chi lo ha creato». E arriva l’ora degli assaggi di antipasti. Del brindisi prima di iniziare. Del racconto dotto e affascinate attorno Chardonnay servito.

Non è assurdo adesso pensare alle pietanze un tempo povere, oggi iconiche e ricercate del Piemonte, e di Torino. E la domanda frulla per la testa per un po’, fin quando esplode. Scusi, Giadzy, ma la gente di New York il nostro vitello tonnato lo apprezza? E come lo vendete da quelle parti? La sintesi è: «Non lo proponiamo. Ci sono alcuni prodotti che è complicato far arrivare. Restituendo intatti quei sapori che lo caratterizzano».
Vabbè, pazienza. Resta il fatto che Torino docet. Le profumatissime pastiglie Leone. Gli imperdibili cioccolati di Gobino. Altre cose, prima di partire, sceglierà ancora Giadzy. Nata a Roma. Emigrata a 7 anni. Tradizioni cinematografiche nell’albero genealogico. E un presente di viaggi in Italia. A caccia di cose buone.

