Cosa ho imparato sui viaggi in oltre un anno come Airbnb host
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La cosa più importante che ho imparato dopo oltre un anno come Airbnb host, e oltre 100 ospiti da ogni parte del mondo, è quella che sembra più banale, ma proprio in tempi come questi non è mai scontata: è che sempre vince il viaggio. Ho imparato, reimparato e confermato che sempre prendere sé stessi e spostarsi in un luogo avrà la meglio sopra ogni cosa, sempre compirà la sua rivoluzione.
Avrà la meglio su qualsiasi foto, video di TikTok, sentito dire, perché fino a quando non sei a Milano non potrai mai capire quanto imponente sia il Duomo e di come le guglie tocchino il cielo tanto da confondersi e non saperne più la differenza, non saprai dell’evanescenza mistica dell’Ultima Cena, o di come si fa il caffè con la moka. Il viaggio rompe ogni barriera, dalle più banali alle più importanti. Ho passato qualche sera fa con un ragazzo cinese ospite a casa mia a fargli vedere le foto di Tienanmen e i video che raccontavano la strage. Non ne sapeva niente. È giovane certo, ma non basta. Mi ha detto: «Sono sconvolto». Aveva l’aria di chi si sveglia in Matrix: «Appena torno a casa chiedo ai miei amici se lo sanno, chiedo ai miei genitori, non mi hanno mai detto nulla».
Ho passato un altro pomeriggio e qualche sera a parlare con una donna svedese ospite da me il cui marito aveva iniziato una relazione con un trans e voleva mantenere aperte entrambe le storie. Non sapeva come porsi, ma l’ha capito grazie al viaggio, anche se solo di qualche giorno, da quella lontananza che permette di guardare le cose in un altro modo. Perché il viaggio apre porte, allontana e avvicina. Ci rende nuovi. Ancora oggi dove tutto sembra poter essere virtuale, ci mette in comunicazione.
Io stessa mi sono trovata al mio compleanno a casa con ospiti di Airbnb seduti insieme ai miei amici più cari. Una fredda sera di inverno mi sono fatta cucinare uno sformato di patate dalla mia ospite olandese; un autunno ho potato le rose mentre una ragazza turca mi raccontava della sua famiglia; ho fatto i tarocchi a un’australiana che voleva cambiare lavoro; ho passato una domenica a leggere sul divano con a fianco una coreana che leggeva anche lei, in silenzio perfetto tutto il giorno; ho bevuto vino e mangiato formaggio sul terrazzo fino alle due di notte con un giapponese.
Il mondo è arrivato a casa mia. Ho abbattuto preconcetti, altri li ho confermati, o meglio, raffinati. Senza voler mai definire le persone rispetto solo a dove sono nate, non voglio nemmeno avvallare la follia di volerle omologare (a che paradigma poi?). Ogni cultura, fortunatamente, avrà sempre abitudini e peculiarità che sono proprie: del resto come potrei spiegare altrimenti il fatto che il 90% degli asiatici – in particolare giapponesi – sceglie casa mia tra gli oltre 1000 Airbnb di Milano principalmente perché ci abita il mio gatto? L’ultima mia ospite, una ragazza taiwanese, dopo Milano sarebbe andata a Como ospite al 5 stelle lusso Mandarin Oriental, mangiava solo alla Langosteria (uno dei più costosi ristoranti di pesce in città) e aveva pensato di dormire al Portrait, l’hotel di super lusso nel Quadrilatero della moda. Mi sono permessa di chiederle come mai avesse scelto di venire da me: «Per il tuo gatto Agapi, is so cute!».
Ho incontrato personaggi particolari: un francese che ha scelto casa mia perché c’è un pianoforte ed era a Milano per un concerto; una cinese che in tre giorni in città è uscita di camera solo una volta per andare al Cenacolo di Leonardo da Vinci; una californiana è stata tre giorni sempre in divisa da ciclista perché doveva fare un tour per la città in bici, che però non è riuscita a fare per i primi due (le strade di Milano erano troppo tortuose e non riusciva a raggiungere l’appuntamento). So che la raccolta differenziata e l’idea di spegnere l’aria condizionata in camera sono attenzioni per l’ambiente che hanno solo gli europei. So con precisione che nessuno all’estero immagina ci sia un bottone per aprire il cancello dall’interno (è vero spesso sono difficili da trovare), e lo aprono sempre con le chiavi. Siamo tutti diversi.
È solo attraverso le differenze che ci incontriamo e ci riscopriamo. È solo attraverso quelle che sembrano distanze che scopriamo vicinanze e connessioni inaspettate. Alla fine, viaggiando o accogliendo il mondo a casa, mi ritrovo a pensare che siamo solo esseri umani che vogliono più o meno tutti le stesse cose, la sicurezza, la serenità, l’incontro con il prossimo, quel momento in cui ci si sente connessi. Ognuno lo trova come può attraverso i vari strati protettivi e interpretativi che vestiamo, personali o culturali che siano.
Tutti gli ospiti che ho avuto sono stati eccezionali. Forse i viaggiatori che vengono da me – viaggiatori solitari che affittano la stanza singola che metto a disposizione – sono più aperti degli altri, sono più «viaggiatori», non so. Quello che ho imparato è che non sai mai cosa ti riserverà un incontro. Un neozelandese che mi sembrava scontroso e riservato è uscito un giorno ed è tornato a casa con una bellissima pianta per ringraziarmi dell’ospitalità (che aveva regolarmente pagato). La donna svedese è tornata a casa convinta della nuova scelta di vita che avrebbe preso, e la ragazza australiana ha lasciato il lavoro come avevano detto i tarocchi. Ho biglietti di persone da tutto il mondo che mi ringraziano per averli accolti a casa, e li tengo tutti con amore. Il viaggio e l’arte dell’accoglienza sono una di quelle variabili inaspettate – ma potentissime – della vita. È solo il mio gatto Agapi che al momento sembra fisso sulle sue preferenze: vuole solo ospiti orientali, meglio se donne.

