Cosa fare a Stoccolma: i suggerimenti per vivere la Downton Abbey scandinav…
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Questo articolo di viaggi su cosa fare a Stoccolma è pubblicato sul numero 22-23 di Vanity Fair in edicola fino al 4 giugno 2024.
È l’ora blu, a Stoccolma. A farmi notare che, al Nord, il blu che separa il tramonto dalla notte è di un blu ancora più intenso è la scrittrice Ruth Kvarnström-Jones, un’inglese che da oltre trent’anni vive qui perché «fin dal primo giorno ho sentito che era come se ci fossi stata da sempre».
Stiamo bevendo un cocktail, «una specie di Spritz», di fronte a una spettacolare vetrata affacciata sull’isola di Stadsholmen, dove sorge Gamla Stan, la città vecchia: tra qualche minuto ci aspetta il smörgåsbord, il tradizionale buffet svedese composto da antipasti, piatti caldi e freddi di pesce e carne, formaggi, insalate e dolci, al quale è importante servirsi secondo un rituale ben preciso che sono più che pronta a seguire.
«Vedi quell’edificio? È il Palazzo Reale: dicono che abbia esattamente una stanza in più di Buckingham Palace. Il ristorante dove siamo ora, invece», e mi indica la lussuosa sala del Veranda, «è stato costruito dopo l’era di Wilhelmina». Wilhelmina Skogh è l’eroina, veramente esistita, del suo romanzo Le formidabili donne del Grand Hôtel, una specie di Downton Abbey femminista ambientato nelle retrovie del Grand Hôtel di Stoccolma, dove io e Ruth ci troviamo, tra concierge, addetti al room service, maître, cameriere, figlie segrete, anelli rubati, misoginia e il coinvolgimento, addirittura, della famiglia reale.
Cosa fare a Stoccolma
«La prima volta che ho sentito parlare di lei è stata nel 1982. Frequentavo ancora l’università a Londra e, ogni estate, venivo a perfezionare la lingua. Quell’anno avevo trovato un lavoro qui, come “bollitrice di uova” della mensa per il personale. Ne parlavano come di una delle pioniere svedesi, ma fuori erano in pochi a conoscerla, forse perché era stata troppo avanti per i suoi tempi».
In effetti, era il 1901 quando il direttivo del Grand − così lo chiama Ruth − affidò a una donna la direzione della più prestigiosa struttura alberghiera della capitale, quella che ospitava il banchetto della cerimonia dei Premi Nobel. Ma Wilhelmina non era una qualunque: volitiva, grande lavoratrice e sposata con un uomo che la supportava, prima di arrivare al Grand era già proprietaria di tre hotel, un fatto eccezionale per un’epoca in cui le donne avevano pochissima autonomia.

