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Il Viaggio – Arrivo a Spoleto

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marco29 2 anni fa inViaggi e Turismo 0

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IL VIAGGIO – CAPITOLO XXIV

 

Era anche andata bene! Il bigliettaio aveva parlato di sé, li aveva esentati dal dover spiegare chi fossero, dove fossero diretti, e tutto il resto. Gli altri passeggeri sembravano essere tutti locali, non era il tempo di lunghi viaggi, quello. Alcuni vestiti come chi dovesse andare in qualche posto, ufficio o simili, dove era bene presentarsi in ordine, come segno di rispettosa soggezione per l’istituzione. Per questo avevano tirato fuori il vestito della festa a cui mostravano di non essere avvezzi. Forse si sarebbero fermati a Spoleto o a Foligno per qualche pratica. Il pullman procedeva veloce lungo la discesa, boschi intorno, case isolate, non paesi. Rari sempreverdi del tipo conifere, più lecci e soprattutto alberi cedui, massimamente querce. Un mare di colori sui fianchi dei monti dove la strada scendeva, le foglie cadute lasciavano vedere le linee parallele dei disboscamenti mirati che ogni anno i boscaioli eseguivano. In cielo, numerose cornacchie volteggiavano nere, ingaggiando combattimenti con isolate poiane che le controllavano dall’alto. Il viaggio sino a Spoleto fu breve, un quarto d’ora circa per una decina di chilometri in tutto. Il pullman era andato prudente perché anche in quel tratto in discesa c’erano curve strette che richiedevano grande uso di freni e di marce basse. Li prese uno stupore che sapeva di meraviglia quando,dopo un’ultima curva, apparve la grande rocca che sovrasta Spoleto. Incombeva maestosa sulla città. Accanto, la grande arcata dell’acquedotto che scavalcava la profonda forra per portare acqua agli spoletini. Una storia importante la città e di conseguenza orgogliosi e a tratti spocchiosi gli abitanti, che nell’atteggiamento conservavano memoria della passata grandezza. Roccaforte umbra all’inizio, poi romana, finché arrivarono i longobardi, che ne fecero un ducato, sopravvissuto sino al XV secolo, insieme all’altro di Benevento. Poi fu stato pontificio e infine Italia, in una progressiva perdita d’importanza. Ma le pietre raccontavano ancora quella storia. E ce n’era traccia anche nella istituzione religiosa. Il vescovo e la diocesi da lui governata era un’arcidiocesi retta da un arcivescovo, come in Umbria solo Perugia aveva.
La corriera rallentò sino a fermarsi in una piazzola con gente in attesa. Dalle due portiere che il bigliettaio si affrettò ad aprire, uscirono tutti meno tre persone che, salutandosi con i vicini che terminavano il viaggio a Spoleto, dissero di essere diretti a Cantiano nelle Marche. Nei posti lasciati liberi si sistemarono, più numerosi, i nuovi in attesa. La corriera era pronta per ripartire, quando di lontano si videro tre uomini che si avvicinavano e uno faceva ampi gesti con le mani come a chiedere di aspettare. Quando furono vicini si vide trattarsi di due carabinieri che trasportavano un uomo in catene. Strette alle caviglie e ai polsi ne rendevano difficoltoso il cammino ed emettevano un rumore stridente di metallo nel loro trascinarsi al suolo. Verosimilmente erano scesi dalla rocca per recarsi in qualche altro carcere o tribunale. Sì,dallarocca, perché dal XIX secolo era diventato un carcere il fortilizio che Papa Innocenzo VI nel XIV secolo aveva fatto costruire dal cardinale spagnolo Albornoz, insieme ad altri simili nelle principali località dello stato pontificio. Era il tempo della cattività avignonese e lo stato giaceva in una condizione di abbandono che aveva permesso il sorgere di potentati locali usurpanti la sovranità papale. L’Albornoz si incaricò di ripristinarla con l’edificazione delle rocche a scopo di deterrenza e vigilanza. Gattapone da Gubbio a Spoleto fece un’opera maestosa e raffinata, tanto da diventare dimora confortevole per Papi e personalità illustri come Lucrezia Borgia.
Sferragliava il detenuto nell’approssimarsi alla vettura sotto lo sguardo perplesso dei viaggiatori in attesa della partenza. Preoccupazione sul loro volto per quella compagnia di viaggio che sentivano inopportuna e fastidiosa. I due carabinieri e il carcerato salirono dalla porta posteriore e si sedettero sull’ampio sedile in fondo. Gli altri passeggeri senza parlare si raccolsero nei sedili anteriori, più lontano possibile dai nuovi arrivati. Qualche sguardo di compassione ed umanità nei riguardi del carcerato, si notò sul volto di alcuni viaggiatori che erano scesi. Commozione più libera di esprimersi perché non c’era coinvolgimento. Il detenuto era passato davanti a loro, era salito sul pullman e scomparso sprofondato nel sedile. Ci poteva stare con un sentimento libero da qualsiasi azione conseguente. Quelli nella vettura non avevano dimostrato analogo sentire, era bastata la contiguità per sopire ogni velleità umanitaria. Per quanto i nostri erano riusciti a vedere, il prigioniero appariva persona umile, quasi incredulo della condizione nella quale si trovava, pieno di vergogna a farsi vedere a quel modo, con le catene che trascinava con fatica. Avrebbe voluto nascondersi, ma il rumore del ferro sull’asfalto richiamava gli occhi del mondo su di lui. Al di là dei processi, delle sentenze, dei delitti e delle pene, era già una condanna inappellabile quello stridore che entrava nell’anima e nella mente di uomini e cose. Chi sa se quelle catene così lunghe da dover essere trascinate, erano il risultato di artigiani prodighi nel materiale, o cosa voluta dal committente? Il detenuto mostrava tratti e atteggiamenti che ne indicavano la condizione sociale proletaria. Quest’ultima comportava spesso un maggior rigore della giustizia di fronte a fatti delittuosi reali o supposti, in ossequio al pregiudizio che povertà materiale e culturale favoriscano la devianza. Come se quella condizione sia privilegiato terreno di coltura di impulsi istintuali non governati dalla ragione. Considerazione di tipo lombrosiano se si sostituisce all’aspetto fisico il sostrato economico-culturale. Nascerà anche da questa riflessione la volontà di puntare sul miglioramento del benessere e della istruzione sociale per ottenere risultati nella lotta contro il crimine e per il recupero dei condannati.
La corriera partì, Silvio, Zeno, e Davide rimasero soli. Lo spazio per la sosta dei pullman era uno slargo di lato alla strada, questa poi proseguiva per entrare di lì a poco in città. Accanto, affioravano pietre di un ponte in gran parte interrato, del quale scavi ormai interrotti avevano riportato alla luce un fornice. Un cartello scolorito permetteva ancora di leggere il nome: ponte sanguinario. Costruito duemila anni prima per consentire alla Flaminia l’attraversamento di un torrente, si era interrato nel corso dei secoli e doveva il nome al sangue di cristiani giustiziati in quel luogo.
Ora, una volta deciso di scendere dalla corriera,si trattava di entrare in città e percorrerla con prudenza sino a raggiungere l’ampio piazzale oltre Porta Fuga,dove vetture e corriere e treni avrebbero potuto sostituire la marcia a piedi per dirigersi a Foligno. Si avviarono, prima di sorpassare le mura e immergersi nello stretto dedalo di viuzze di Spoleto, sulla sinistra intravidero la grande pianura umbra che si sarebbe mostrata nella sua interezza all’uscita, dall’altro lato della città. Videro le montagne che la cingevano, con la grande gobba del Subasio a destra che proseguiva i rilievi pre-appenninici, e a sinistra il profilo dei monti Martani che la cingevano da quel lato. In fondo, Il Tevere chiudeva la valle ai piedi delle colline dove si ergeva Perugia. Ma quella oltre il fiume non era più l’Umbria vera e più antica. Lì cominciava unaltro territorio, l’Etruria, di cui Perugia era città: una della Dodecapoli. Etruschi, un’etnia diversa,con sembianze e lingua diverse. Arte e costumi raffinati, efebici, in duro contrasto con la ruvidezza degli umbri, plasmati dalla roccia degli Appennini, con cui costruivano le dimore e i templi. Non il cotto o la pietra serena di quelli al di là del grande fiume. E la via Flaminia sembrava gelosa custode di quella popolazione rude, ne attraversava il territorio,per lunghi tratti addossata ai suoi monti, e una volta precipitata nella grande vallata si immetteva all’altezza di Foligno in un varco posto tra il Subasio e i preappennini per raggiungere Nocera. E Perugia ne ebbe a soffrire perché già in quei tempi la città era tagliata fuori dalle grandi comunicazioni che si svolgevano soprattutto lungo la consolare. I romani non avevano concesso una strada importante che arrivasse a Perugia. Ci si arrivava tramite dei modesti diverticoli. Forse per questo i perugini che pur dominano da semprel’Umbria, non sono mai stati teneri con Roma e con i vari poteri che lì si sono succeduti. Naturalmente ripagati con gli interessi. Ne sanno qualcosa gli antenati del XVI che nel 1550, subirono l’assalto dell’esercito pontifico di papa Paolo III. Fece demolire un intero quartiere dov’erano le case dei Baglioni, signori della città. Al suo posto fece erigere da Antonio da Sangallo un’imponente fortezza che prese il nome di rocca Paolina, che poi i Savoia distrussero per significare che ora comandavano loro, non più il Papa. Era passata tanta storia in quel tratto d’Umbria, la storia che scompare ogni giorno nel suo farsi e perire e quella che lascia traccia di sé nei secoli a venire: l’incontro di Enrico con Costanza d’Altavilla; i giochi infantili di Federico II, lo stupor mundi; le peregrinazioni stralunate di Francesco; le scorribande di Annibale; le infinite guerre dei Trinci di Foligno, dei Fortebraccio da Montone e Baglioni di Perugia; dei superbi spoletini, ultimi eredi dei padri longobardi; dei………..
Terra nuova la vallata umbra, emersa da un lago preistorico lentamente prosciugato. Ne rimane traccia nella strada Flaminia proveniente da Bevagna diretta a Foligno, dove si ricongiunge con l’altra che proviene da Spoleto. Costruirono sopraelevata la prima, perché intorno permaneva un acquitrino. Ancora oggi acqua, che affiora appena si scava a poca profondità. Anche da questa traggono sostentamento i fiumi che attraversano la valle: il Topino, il Menotre, Il Chiascio, il Clitunno, il Teverone, più altri minori. Tutti provenienti dalle montagne intorno, e/o da sorgenti della pianura, e tutti confluenti nel Tevere a nord.
Cominciò a piovere, l’aria si fece più fredda, portata da un vento di ponente. Si infilarono i pastrani e si affrettarono ad entrare in città dove le strette vie promettevano una maggiore protezione dalla pioggia.


 

 

 

Le puntate precedenti

Capitolo primo

Capitolo secondo

Capitolo terzo

Capitolo quarto

Capitolo quinto

Capitolo sesto

Capitolo settimo

Capitolo ottavo 

Capitolo nono

Capitolo decimo

Capitolo undicesimo

Capitolo dodicesimo

Capitolo tredicesimo

Capitolo quattordicesimo

Capitolo quindicesimo

Capitolo sedicesimo

Capitolo diciasettesimo

Capitolo diciottesimo

Capitolo diciannovesimo

Capitolo ventesimo

Capitolo ventunesimo

Capitolo ventiduesimo

Capitolo ventitreesimo



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