Migrantopoli in Campania, quei viaggi della cricca in Bangladesh: «Reclutan…
Affidabile. Sicuro. Dal 2012. Scambia Crypto Iscriviti per ottenere uno sconto sulle commissioni di trading!
Un viaggio di lavoro in Bangladesh. Da Napoli a Dacca (la capitale del paese asiatico) con un obiettivo su tutti: incontrare faccendieri in grado di offrire profili individuali adeguati. In che senso? Servono nomi e cognomi, dati anagrafici e disponibilità economica.
Un passaggio decisivo nell’altra parte del mondo per un gruppo di professionisti e faccendieri napoletani, interessati a far crescere il volume di affari del proprio business, saldamente ancorato alle pendici del Vesuvio: un affare che consiste nel fabbricare immigrati titolari di nulla osta per ottenere il permesso di soggiorno in Italia, dunque in Europa. O meglio: quello di fabbricare al tempo stesso finti contratti e clandestini veri, che una volta approdati in Italia – tempo venti giorni – hanno avuto gioco facile a volatilizzarsi.
Quello dei viaggi in Asia è uno dei punti su cui è al lavoro la Procura di Napoli che, da diversi mesi, sta scavando sul fenomeno del boom di assunzioni di immigrati registrate in Campania e, in particolare, nel Napoletano. Un caso sollevato di recente – su scala nazionale – dal premier Giorgia Meloni, al termine di un consiglio dei ministri nel quale sono stati esposti i dati raccolti dalle Prefetture negli ultimi mesi. Quanto basta a spingere il capo del governo a spedire una denuncia al procuratore nazionale antimafia Gianni Melillo, in relazione a un gap che salta agli occhi, a proposito dei flussi che interessano la Campania: solo una minima parte degli immigrati che sbarcano in Campania con un nulla osta (decisivo per aspirare al permesso di soggiorno) riescono a firmare un contratto di lavoro. Il resto entra in un limbo fatto di clandestinità.
E di illegalità. Mesi prima della denuncia del capo del Governo, dunque, la Procura di Napoli guidata dal procuratore Nicola Gratteri aveva acceso un faro su quanto sta avvenendo in alcuni comuni vesuviani. Indagine per associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento della immigrazione, un reato distrettuale che spinge i pm di Gratteri a ragionare su più bande specializzate a tenere in piedi questo fenomeno. Ma torniamo alla tratta Napoli-Dacca. Sotto i riflettori ci sono almeno una ventina di soggetti. Sono gli organizzatori dell’affaire.
Come è noto ai lettori de Il Mattino, la sola proposta di contratto veniva venduta all’aspirante lavoratore a 15mila euro. Fatto sta che negli ultimi mesi, alcuni faccendieri si sono recati a Dacca per aprire un canale con i migranti, probabilmente definendo accordi con altri soggetti privi di scrupolo di origine bengalese. Ma come è stato possibile poi bucare il sistema di controlli in Italia? Cosa ha garantito il lasciapassare di tanti immigrati a Napoli? È il versante delle indagini che investe soggetti altamente specializzati. Criminali con la laurea (e con la divisa), presunti esponenti di una cricca che ha macinato affari sulla pelle del desiderio degli immigrati di entrare in Italia. Avvocati, fiscalisti, pubblici ufficiali. Ne sono una ventina sotto i riflettori. Sul loro ruolo sono in corso verifiche per almeno una ottantina di casi di immigrati fatti entrare in Italia, con lo schema di sempre: in tasca una smart card: un nulla osta per l’assunzione definitiva che, in realtà, non arrivava mai. Uno schema consolidato che ha consentito di movimentare un giro di affari di 120mila euro alla settimana, se si calcola che ogni immigrato era disposto a pagare fino a 15mila euro pur di entrare in Italia da aspirante lavoratore.
Verifiche anche su alcuni Caf del territorio vesuviano, in relazione a quanto accaduto nel corso dell’ultimo click day legato al decreto flussi: lo scorso 30 aprile, boom di domande di assunzione caricate sulla app del Viminale. Piccoli (sedicenti) imprenditori chiedevano l’assunzione di decine di immigrati, pur non potendo contare su aziende strutturate. C’era chi garantiva contratti facendo leva su aziende con capitali sociali di poche migliaia di euro. Asset societari completamente costruiti a tavolino, grazie alla perizia fiscale di qualcuno, buoni a simulare contratti che poi – alla fine – non venivano mai ratificati.
Una truffa che sfrutta la richiesta di manodopoera nel settore agricolo, dell’edilizia e negli altri comparti stagionali. In questo scenario, si è mossa la cricca vesuviana. Un’organizzazione capace di stabilire solidi contatti con il Bangladesh, con veri e propri viaggi di lavoro per reperire soldi e disponibilità ad emigrare in Italia. Una banda che ha creato un ponte sul quale la Procura di Napoli ora punta a chiudere il cerchio: da Napoli a Dacca, quanti affari e quanti viaggi che ora rischiano al centro di un fascicolo giudiziario.

