Viandanze. Donne in viaggio e in movimento nel cinema e negli audiovisivi –…
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Corpo in transito e in piena viandanza, che associa l’inquietudine della modernità al desiderio di liberazione, quello della flâneuse è un soggetto destabilizzante che si affianca alla voyageuse (Bruno, 2015), nella quale la mappa fisica del viaggio si accosta a un incessante processo di rimappatura interiore che trova nel sentimento di “spaesamento” la cifra della propria geografia emozionale. La voyageuse incarna una nuova idea di esperienza basata sull’erranza, dove il territorio è scandagliato con tutti i sensi e dove lo scopo non è mai impossessarsi degli spazi, ma percorrerli e accettarne lo statuto di mobilità permanente. Ecco allora che i soggetti imprevisti (Lonzi, 1970) e troubled (Butler, 1990), diventano nomadi (Braidotti, 1994): oltrepassando epoche, spazi, generi, come in Orlando di Sally Potter (1992, tratto dall’omonimo romanzo di Virginia Woolf); ridefinendo i codici del road-movie come nell’iconico Thelma & Luise (per la regia Ridley Scott, su soggetto e sceneggiatura di Carolyn Ann Khouri, 1991); e indagando i sommovimenti e le espansioni dei corpi e del desiderio (Tomboy e Ritratto della giovane in fiamme, Céline Sciamma, 2011 e 2019).
Sovente le donne nomadi sono anche donne anarchiche e senza casa, inclini ad accamparsi negli interstizi più appartati o poco visibili, ridisegnando le loro traiettorie eccentriche nei margini turbolenti del cinema d’avanguardia, di ricerca, indipendente, come Mona in Sans toit ni loi (1985) di Agnès Varda, ma anche Fern in Nomadland (2020) di Chloé Zhao, o la perturbante Anna nell’omonimo film di Alberto Grifi (1973); o ancora, trasportate da stringenti necessità e, insieme, da aperture a nuovi orizzonti, fanno germogliare mondi e spazi nelle dislocazioni e nelle esperienze di migrazione che solcano l’attuale società globalizzata.
La dimensione del viaggio, sempre a partire dalla fine dell’Ottocento, si ammanta inoltre di una nuova capacità di significare i luoghi attraverso la pratica del turismo: se fino ad allora era stato soprattutto il Grand Tour a coniugare racconto di viaggio e immaginazione visiva, con l’avvento della fotografia e del cinema la pratica turistica dà forma al proprio nascente immaginario, a cui anche lo sguardo delle donne – dal film di famiglia a quello amatoriale e sperimentale – contribuisce con punti di vista inattesi. Infine, la dirompenza delle voyageuses di celluloide può passare dalla pellicola alla pagina, sia per mano di chi ha vissuto il cinema sulla propria pelle, sia per mano di spettatrici accorte, che hanno “viaggiato” insieme alle flâneuses sullo schermo. Pensiamo al ruolo delle descrizioni dei set – e dei viaggi spesso avventurosi per giungervi – nelle “divagrafie” (Rizzarelli, 2017 e 2021) e nelle scritture delle e sulle registe. Attrici e cineaste si muovono lungo parabole lavorative spesso costellate di viaggi che assumono il ruolo di veri e propri momenti di Bildung (come accade, ad esempio, in Diario londinese di Lorenza Mazzetti). La viandanza è presente anche in recenti forme ibride di scrittura, a cavallo fra saggio, romanzo e memoir, nelle quali la scrittrice-spettatrice ripercorre i passi della personaggia errabonda (Lauren Elkin a proposito di Cléo di Agnès Varda; Nathalie Léger a proposito di Wanda di Barbara Loden).

