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La visita di Diabolik a Macerata, i viaggi settimanali per la droga e il cl…

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marco29 2 anni fa inViaggi e Turismo 0

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L’avvocato Giuseppe Bommarito


di Giuseppe Bommarito*

Quando venne nella nostra città mancavano ancora circa quattro anni alla sua morte, avvenuta a Roma il 7 agosto 2019 in un parco cittadino sito nella zona sudest della Capitale, quello detto degli Acquedotti. Si trattò di un omicidio, avvenuto per mano di un killer professionista di nazionalità argentina ma da anni stanziale a Roma, Carlos Esteban Calderon, che, correndo travestito da runner, lo freddò con un solo colpo di pistola alla testa sparato da dietro.

Morì all’istante Fabrizio Piscitelli, detto Diabolik o anche Diablo, leader degli Irriducibili, la fazione più destrorsa e più violenta degli ultrà laziali. E anche uno dei personaggi di maggior rilievo nell’enorme giro di traffico di droga che a Roma faceva capo al potente boss camorrista Michele Senese detto “o’ Pazzo” o anche “zio” Michele. Il processo all’assassino è in fase di definizione presso la Corte di Assise di Roma, mentre si sta ancora indagando sui mandanti, che comunque sembrano essere stati individuati proprio nei vertici di altre bande di trafficanti anch’essi legati al cartello criminale di Michele Senese, infastiditi dal protagonismo e dal troppo spazio che Diabolik si stava prendendo nell’ambito del gruppo.

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Fabrizio Piscitelli, Diabolik, (Non è l’Arena)

Proprio Diabolik nel 2015 venne a Macerata a bordo di una grande Aston Martin nera, con tanto di autista. Doveva risolvere, e lo fece in pochissimo tempo, una grana finanziaria che stava bloccando l’apertura di una piccola struttura commerciale, una questione di fideiussioni. Conosceva personalmente i soci di quell’affare che probabilmente celava una delle sue tante attività di riciclaggio degli enormi profitti derivanti dal traffico di droga. Ma sicuramente già all’epoca c’erano anche dei rapporti con un clan albanese locale per il traffico di droga. Poi quell’esercizio commerciale venne di fatto “affondato”, tanto che non arrivò nemmeno al primo anniversario dell’apertura, lasciando – come è prassi per iniziative fittizie del genere – un mare di debiti, dopo aver ripulito impunemente chissà quanti milioni di euro.

A Roma e dintorni Diabolik, in quegli anni, era un personaggio di rilievo nel mondo criminale, coordinava, all’interno del gruppo Senese, una schiera di pusher albanesi, che ormai stavano abbandonando il ruolo puramente esecutivo e di basso profilo della manovalanza, dei “soldati” che fornivano armi e autovetture con il doppio fondo, degli spacciatori da strada, dei criminali che rompevano le ossa per riscuotere i crediti e intimorire i componenti di bande avversarie e, se necessario, eliminavano fisicamente chi cercava di sbarrare loro la strada, senza fare tanti complimenti.

A poco a poco, cresciuti in maniera esponenziale, erano divenuti anch’essi abili narcotrafficanti, introdotti nei giri più importanti, in grado in qualche caso di trattare direttamente persino con i narcos colombiani e di curare tutta la logistica dell’uscita in sicurezza della droga dai porti (ivi compreso quello di Ancona), del successivo trasporto delle sostanze alle varie piazze di spaccio del ricco mercato italiano, dello stoccaggio in siti temporanei segnalati da mediatori immobiliari complici, senza però mai abbandonare del tutto la loro caratteristica di feroci picchiatori, sempre pronti all’uso più devastante e spregiudicato della violenza, specializzati nel reperimento di armi e nelle modifiche con doppi fondi di auto che da tempo fanno su e giù per l’Italia con carichi di stupefacenti abilmente celati e sempre più consistenti.

Ed anche dopo la morte di Fabrizio Piscitelli/Diabolik la sua banda romana di albanesi, ormai cresciuta anche nella “reputazione” criminale, è rimasta alla grande nel traffico di droga, rifornendo chiunque avesse bisogno di fare acquisti all’ingrosso, soprattutto i clan sparsi nell’Italia centrale formati da loro connazionali, ivi compreso il clan familiare che gestisce Macerata e dintorni, a direzione bicefala, perché alla testa di questa banda locale – come si è detto in un precedente articolo – c’è anche un italiano, peraltro noto nell’ambiente e alle forze dell’ordine per alcuni precedenti specifici. Uno che cerca di salvare la sua faccia con attività di copertura, che vanno dal settore edile a quello addirittura della formazione. Un gruppo conosciuto da anni dai consumatori e dalle forze dell’ordine, che non si capisce per quale motivo, dopo le opportune attività investigative, non venga finalmente fermato e reso innocuo. Sostanzialmente viene lasciato libero di operare e di macinare centinaia di migliaia di euro sulla pelle di tanti consumatori, soprattutto, nel caso della cannabis (quella potenziata con Thc al 50 percento), ragazzi e adolescenti sempre più giovani.

Questo clan locale, per quanto se ne sa, si rifornisce di droga, tra hashish e marijuana, proprio a Roma, principalmente nella zona di Tor Bella Monaca, proprio dai “fratelli” albanesi rimasti orfani di Diabolik, ma ormai in grado, eccome, di camminare con le loro gambe. Il giro è enorme.

I viaggi a Roma avvengono due o tre volte alla settimana, effettuati con auto prese a noleggio a lungo termine (opportunamente modificate) principalmente da un personaggio molto abile e capace di non mostrare il minimo nervosismo nel caso venga fermato per controlli casuali dalle forze dell’ordine, anche lui di nazionalità italiana e anche lui, secondo una rituale frase burocratica, “noto a questo comando”. Dietro e davanti a lui viaggiano di solito altre due auto del clan che fungono da staffetta e segnalano tempestivamente eventuali pedinamenti sospetti oppure la presenza lungo il percorso di pattuglie di poliziotti o carabinieri.

I borsoni e i trolley, arrivati poi in zona, vengono lasciati presso le abitazioni di personaggi insospettabili disposti a fare da depositari. Ma parliamo – si badi bene – di due o tre arrivi alla settimana, ogni volta per quantitativi di decine di chili. L’hashish viene poi prelevato da coloro che coordinano l’attività di spaccio nelle varie zone di Macerata e di altre città dell’interno. I depositari vengono scelti tra persone con debiti, persone ricattabili e minacciate, persone deboli, problematiche, che non si rendono conto del rischio che corrono per quattro soldi spicci di compenso.

Quando poi qualcuno di loro comincia a dare problemi, viene in qualche modo “mollato”, cioè velatamente segnalato dall’organizzazione malavitosa ora ai carabinieri, ora alla Finanza, ora alla polizia, giusto per non fare torto a nessuno. E così di tanto in tanto (ne abbiamo avuto alcuni esempi anche a Macerata città e in provincia nelle ultime settimane) arrivano sui giornali notizie di sequestri di decine di chili di sostanze, con tanto di arresto del depositario di turno, che poi si prenderà una condanna pesante perché nel suo caso non si potrà certo parlare di consumo personale e che magari nemmeno sospetta di essere stato tradito proprio da chi lo stava usando. Ma – attenzione –  i sequestri di droga in Italia, secondo le stesse statistiche ministeriali, non arrivano al 10 per 100 del totale delle sostanze che girano e circolano liberamente, soprattutto tra i più giovani.

Occorre un salto di qualità nell’azione repressiva contro il traffico di droga (una settimana fa un uomo è morto di overdose a Civitanova a 50 metri dalla sede del Comune e la cocaina sta dilagando ovunque, uccidendo per infarto e ictus diversi assuntori, sia pure destinati a rimanere al di fuori delle statistiche). E contro l’attività dei vari clan di criminalità organizzata, che, ‘ndranghetisti in testa, stanno colonizzando la nostra provincia. Aspettiamo pertanto di vedere all’opera il nuovo Questore, in servizio a Macerata da qualche settimana.

*presidente Associazione “Con Nicola, oltre il deserto di indifferenza”  

 

Cocaina e crack a Macerata, ecco come viene gestito lo spaccio

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