Ganviè la città tutta sull’acqua fatta di palafitte e mercati
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Viaggiando attraverso il Benin ci si accorge di quanto qui i confini siano labili e arbitrari da identificare e oltrepassare: i doganieri alzano o abbassano le corde che separano uno Stato dall’altro in base all’umore del momento, perciò entrare e rientrare dal vicino Togo costituisce un’operazione fisica continua. I campi di ananas si susseguono. E poi occorre cambiare mezzo e montare dentro una piroga per scandagliare la rete dei canali in cui si manifesta Ganviè: questa città liquida fatta di palafitte non smette mai di meravigliare per come tutto si svolga sull’acqua: dagli scambi commerciali a quelli di parole, i suoi abitanti e le loro imbarcazioni di canne intrecciate sono unite indissolubilmente dentro questo puzzle di acqua e spiazzi erbosi che è il Lago Nokoué nel Sud del Benin. I Tofinou, l’etnia che ha creato dal nulla Ganviè, è dedita principalmente alla pesca: gli uomini escono al mattino presto a gettare le reti, mentre le donne vendono più tardi quello che è stato catturato in acqua. Del resto, fu questo stratagemma di andare a vivere nella trama di canali a salvarli dalla razzia di merce umana praticata dalla tribù Fon, abilissimi cacciatori di schiavi ma così timorosi dell’acqua da stare lontano da ogni fiume, figurarsi dall’oceano.

