Bologna, il Mulino e i suoi 70 anni di cultura: «Una grande avventura intellettuale»
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Una giornata di studio promossa dalla Fondazione su politica e società. Il direttore Paolo Pombeni: «Attenzione al dialogo e alla sintesi più che alla contrapposizione»»
Per i 70 anni della società editrice il Mulino, la Fondazione Biblioteca del Mulino ha organizzato oggi, mercoledì 14 febbraio, una giornata di studio che guarda a quella stagione degli anni ’50 in cui l’avventura editoriale prese il via. Alle ore 14,30 con ingresso libero, nella Sala Farnese di Palazzo d’Accursio, dopo i saluti del sindaco Matteo Lepore e di Patrizia Pasini, presidente della Fondazione Carisbo, «Politica, Società e Cultura nella Bologna degli anni Cinquanta» vedrà succedersi le relazioni di Luca Baldissara, Enrico Galavotti, Michele Marchi, Vera Negri Zamagni e Roberto Balzani. Previsti gli interventi di Giancarla Codrignani, Federico Stame, Angelo Varni e Walter Vitali, moderati da Ugo Berti Arnoaldi. La giornata sarà presieduta dallo storico Paolo Pombeni, presidente della Fondazione Biblioteca del Mulino.
Professor Pombeni, come nasce il Mulino?
«Attraverso due passaggi. Nel 1951 la rivista, come ce n’erano tante ma la prima di un gruppo privato e non di un’organizzazione politica. Poi nel ’54 la casa editrice».
Che cosa aveva favorito quell’esperienza?
«Anche concomitanze favorevoli, come il fatto che uno dei fondatori, Fabio Luca Cavazza, era amico di famiglia dell’avvocato Giorgio Barbieri, proprietario del Resto del Carlino, che decise di aiutare quei ragazzi con la sua tipografia. Ma non solo».
Cos’altro ancora?
«L’Ufficio di propaganda americana riteneva che in Italia, a causa del fascismo, ci fosse poca attenzione alle nuove scienze sociali. Per questo inizia a finanziare traduzioni e il Mulino è il più abile nell’attingere a questa fonte».
Come è cresciuto il Mulino?
«Quel gruppo, nel frattempo maturato, riuscirà a guadagnarsi un peso culturale e politico inedito. Soprattutto se si considera che non erano a Milano o a Roma, ma fuori dai centri maggiori».
Una Bologna che, per altro, in quegli anni ’50 ospita anche passaggi politici fondamentali.
«Nel 1956 Dossetti si candida a sindaco, investito dal cardinal Lercaro del compito di dimostrare che il cattolicesimo sociale era ancora centrale. Invece io credo che Dossetti non ne fosse convinto e che in qualche modo lui si “autosuicidi” per dimostrarlo. Infatti verrà sconfitto, anche se resterà la sua statura di leader intellettuale».
Che cosa distingueva allora il Mulino?
«Il suo unicum era la casa editrice. Tante riviste avevano pensato di muoversi in autonomia senza averne i mezzi. Il Mulino dimostra, invece, una enorme fiducia nella produzione del libro, un’attività stabile di produzione di cultura ancora oggi difficile da trovare in Italia. In questo favoriti dal grande sviluppo dell’Università».
E oggi?
«Il Mulino ha fortemente investito sul rinnovamento degli strumenti da utilizzare per l’Università. E poi ha puntato sull’educazione permanente, sulla divulgazione scientifica. Lavorando per gruppi di materie e, in ognuna di queste, c’è un gruppo di studiosi di diverso orientamento. Non c’è nessun altro che opera così, almeno strutturalmente».
Il legame con la città di Bologna?
«In una città in fondo piccola, dove ci si conosce un po’ tutti, c’era l’idea che non ci fossero steccati, c’era il superamento di confini o parrocchie. Quelli del Mulino erano amici, anche se non avevano tutti le stesse idee. E la rivista, che non era un organo di partito, era la loro voce. In un momento di trasformazione come quello attuale l’eredità che resta, forse più richiesta di qualche anno fa, è quella dell’attenzione al dialogo e alla sintesi più che alla contrapposizione».
E oggi il rapporto con la città com’è?
«È difficile dirlo quando tante cose risultano inafferrabili. Oggi la bolognesità del nucleo originario non esiste più, però il Mulino resta comunque un pezzo di cultura italiana radicata a Bologna, che non è più la città di Lercaro, Dossetti e Dozza. Non è però immaginabile che domani si trasferisca altrove, perché ci sono legami ancora solidi, quello con l’Università per esempio. Una grande avventura intellettuale chiamata oggi a confrontarsi con modalità meno drammatiche di allora, ma forse persino più difficili da interpretare. Perché dove stiamo andando nessuno lo sa davvero».
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14 febbraio 2024 ( modifica il 14 febbraio 2024 | 09:37)
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