«Che viaggi in motorino a caccia di nuovi sentieri»
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Chi scatta fotografie, in qualche modo è un cacciatore. Un predatore di momenti, in attesa di quell’attimo che ha qualcosa da raccontare e, per questo, va immortalato su pellicola, per diventare un domani il ricordo di ciò che è stato adesso. Nella giungla della quotidianità, chi scatta foto si aggira sornione ma anche guardingo, perché l’attimo giusto non viene a bussarti alle spalle: ti si presenta davanti all’obiettivo e devi essere tu a saperlo riconoscere. È una frazione di secondo, un battito di ciglia: quel tanto che basta a Rodolfo Marziali, fotografo con un passato da informatico e un’esperienza da ufficiale dell’Aeronautica alle spalle, a cogliere l’essenza che si palesa ai suoi occhi e trasformarla in un ricordo, perché questa è per lui la fotografia: la magia di attimi lunghi come respiri fissati su carta fotografica, capaci di emozionare e di far parlare di sé anche quando, scostata la polvere del tempo, tornano a galla da un cassetto.
L’esperienza
Nel suo baule di ricordi, le emozioni fatte fotografia sono un substrato importante. Sopra, galleggiano gli stralci di un’infanzia vissuta al di qua e al di là degli Appennini: tra la Roma natia, a Torpignattara per la precisione, e Falerone, il paese d’origine di mamma Antonietta e papà Neno, all’anagrafe Nazzareno. «Sono figlio di immigrati marchigiani a Roma – precisa – e ho sempre vissuto entrambe le realtà come casa mia. Roma era la quotidianità, la scuola, i pomeriggi con gli amici ben sorvegliati dagli occhi vigili ma discretissimi di mamma; Falerone le vacanze di Natale, le fughe nei weekend, le vacanze estive da maggio a ottobre. Era la mia libertà, le corse in bici e le escursioni in motorino lungo strade di ghiaia, che con un mio amico fidato percorrevamo fino a dove potevamo spingerci. Scelto il sentiero e fatto il pieno di carburante, prima di ogni partenza riempivamo anche una tanica di benzina di scorta: quando si accendeva la spia che segnalava il serbatoio vuoto, allora era il momento di riempirlo e tornare indietro. Era il nostro segnale, lungo strade selvagge tra sorsi di libertà e morsi di avventura», chiosa.
Le colline marchigiane disegnano una carta geografica fatti di luoghi che appartengono più alla geografia dell’anima che a quella fisica. In queste mappe speciali, i punti di riferimento diventano i volti, le emozioni, le sensazioni cucite sulla pelle. Possono essere addirittura alberi, come quello che sorgeva davanti «alla casa del cugino di mio padre dove da piccolo passavamo le estati – specifica – ogni sera salivo tra i suoi rami ed era come abbracciare il mio amico Gianni, fedele compagno della quotidianità romana, come me in vacanza ma dall’altra parte d’Italia, sul Circeo. Anche di fronte casa sua troneggiava un albero e seduti entrambi sulla cima dei rispettivi esemplari, ogni sera era come stare l’uno vicino all’altro».
Ogni casa ha i suoi angoli in cui rifugiarsi e sentirsi al sicuro. Al suo esterno o tra le mura, nascosti in quei meandri in cui l’anima respira e il cuore si rinfranca. Una stanza magica, come lo era la camera oscura «che papà aveva allestito alla fine degli anni Settanta nella casa che costruì a Falerone. Era nostro porto sicuro, il luogo dove mio padre dava corpo alla passione per la fotografia che ha sempre coltivato, tra le statue e le strade di Roma e di tutto il centro Italia che amava immortalare – sorride Rodolfo – ricordo ancora i venerdì sera in cui approdavamo nelle Marche: mamma a disfare i bagagli e io e mio padre nella camera oscura, seguendo passo passo lo sviluppo delle foto e arrivando alla stampa la domenica, prima della partenza. Tra le luci rosse e quell’odore di acido, vedevamo concretizzarsi lo scatto, prendendo coscienza di quello che avevamo fermato su pellicola».
La casa
«Tra quelle quattro mura, parlando di futuro, più volte mio padre mi propose di studiare ottica per lavorare un giorno insieme e fare della fotografia il nostro mestiere. Scelsi invece di studiare elettronica e dopo un biennio come ufficiale dell’Aeronautica responsabile della manutenzione del gruppo volo degli F 24 della base di Trapani e una parentesi da tecnico dell’Ibm, alla morte di mio padre operai la svolta: barattai parte della sua attrezzatura analogica con la mia prima reflex: da lì, inseguendo il momento perfetto, tra scatti sottopalco e a bordo campo, ho fatto della passione che mi legava a mio padre la mia professione».

